Social media users: non abbiamo più nulla di privato?

17 Settembre 2008 - di Marco Cattaneo

Come molti di coloro che mi leggono - per non dire la totalità - uso diffondere quotidianamente informazioni  personali, dal carattere tendenzialmente privato, su una miriade di network sociali, blog e form compilati quotidianamente in rete: i luoghi che raggiungerò su Dopplr, le persone che conosco su LinkedIn, gli eventi ai quali parteciperò su Facebook, le foto su Flickr, i ristoranti preferiti su Duespaghi, con esperienze professionali, recapiti e stati d’animo sullo status dei vari Twitter e blog.

Recenti conversazioni con una persona particolarmente attenta alla propria privacy mi stanno facendo riflettere sulle tematiche della riservatezza e della diffusione pubblica di informazioni personali (alla quali francamente non sono mai stato particolarmente sensibile, poiché sono cresciuto nell’ottica della condivisione delle informazioni).

La domanda che mi e vi pongo é la seguente: siamo noi ad aver dimenticato cosa significhi discrezione riguardo alla nostra vita privata, chi conosce poco la rete ad aver ingiustificatamente paura per la propria privacy o una meno evidente combinazione delle due ipotesi?

E poi: avete mai riflettuto su quanto la vostra personale scelta di condividere informazioni personali in rete influenzi le persone che vi stanno accanto?



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4 commenti, prendi parte anche tu alla discussione! su “Social media users: non abbiamo più nulla di privato?”

  1. Alberto dice:

    Al bar puoi parlare della tua vita privata e incorri negli stessi inconvenienti che se ne scrivessi via twitter: cambia solo il mezzo e anche l’ampiezza della piazza dove diffondi informazioni private ma la sostanza è identica.

  2. Marco Cattaneo dice:

    Sono d’accordo, Alberto, ma immagina cosa accadesse se al bar conservassero le registrazioni di tutte le tue conversazioni. Parleresti ancora se gli avventori che ti seguiranno potessero continuare a risentirti nel futuro?

  3. Emanuele dice:

    Secondo me su internet si avverte meno l’idea di privacy, un po’ come si perde il valore del denaro usando il bancomat o la carta di credito.
    Sembra che tutto sia astratto…
    Ciao,
    Emanuele

  4. Filippo Zordan dice:

    Io sono in parte d’accordo con quello che ha detto Emanuele perchè ritengo che di fronte ad un monitor noi ci troviamo di fronte ad un “personaggio” neutro a cui possiamo dire tutto perchè lui non può e non comunica con noi.
    Pensate che sono stati attivati degli studi di consulenze private online dagli psicologi perchè, attraverso il computer, una persona è più motivata a liberarsi completamente dei propri sentimenti e segreti. A differenza di quello che potrebbe succedere quando devi raccontare delle cose personali ad una persona/psicologo o chiunque sia.

    E’ quindi una questione di tatto che però va messa in secondo piano rispetto al fatto di voler aprire la propria privacy al web.

    Il fatto di voler scrivere viene prima del “come scrivere”…diciamo così.
    La cosa che è più interessante è il fatto che molte persone prendano forse sottogamba il fatto di voler scrivere! Come hai detto tu, forse non si rendono conto che influenzano gli altri. Questo, secondo me, è dovuto dal fatto che la società, con ritmi di vita, stili e orari, ci porta sfogarci, la sera o nel tempo libero, con qualcuno! Non dico che il web sia l’unico sfogo, non fraintendetemi. Le cause sono molteplici e io ne ho detta solamente una.

    Ciauuuuu

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