Precarietà dell’idea di precarietà

Lunedì, 9 Giugno 2008

Ogni qualvolta a un blogger o a un’appassionato di tecnologia verrà in mente di parlare di precarietà - come oggi é molto di moda - potrà rileggersi l’articolo di stamani di Luca Conti, del quale riporto un solo passaggio:

Un articolo recentemente pubblicato sul Wall Street Journal lo spiega molto bene: la nuova frontiera dell’America oggi è l’impresa personale, potenziata dalla pervasività della tecnologia e di Internet. A sostegno di questa tesi vengono portati casi concreti, dati statistici, indagini demoscopiche sui giovani americani. Negli USA oggi il posto fisso è visto come il male; in Italia probabilmente siamo ancora lontani da questa percezione, ma ci arriveremo anche noi, piano piano.

Qual é la mia opinione sulla percezione tutta italiana del posto fisso come panacea di tutti i mali ?

Ritengo che serva molta più determinazione, impegno e fiducia in se stessi di quanto i giovani d’oggi possiedano per fondare il proprio futuro sulle proprie forze e sulla propria passione, piuttosto che su un indissolubile patto con il diavolo che garantisca loro uno stipendio vita natural durante.

Quando la comunicazione é sopraffatta dal rumore

Giovedì, 15 Maggio 2008

Senza l’intento di generare una reazione a catena ho deciso quest’oggi, grazie a Giovy, goccia che ha fatto traboccare il vaso, di chiudere definitivamente il mio account Twitter.

IMSono una persona che ama profondamente comunicare (sino ad averne fatto una professione) e riconosco un importante valore di aggregazione sociale e, a tratti, d’informazione a strumenti come Twitter, ma più tali strumenti acquisiscono utenti e incrementano il proprio traffico, più i messaggi rilevanti vengono soffocati da un fastidioso e spesso inutile rumore di fondo. Divenuto ormai per me insopportabile.

Ogni giorno lavorativo degli ultimi 17 mesi ha visto presente sul mio desktop una finestra di messaggi twitter dei miei contatti. Ogni giorno da quando scrissi il mio primo cinquettio:

MarcoC: pensa che usare twitter possa rappresentare un buon esperimento di comunicazione sociale

Nel tempo mi sono chiesto quale ragion d’esistere avesse twitter e come si potesse giustificare il suo dilagante successo:

Diverrà forse Twitter la nuova Ansa della blogosfera internazionale ? L’agenzia tramite la quale le stesse aziende diffonderanno seriamente le loro notizie, private degli orpelli di un comunicato stampa ?

..colmerà il gap fra le modalità di diffusione delle breaking news dei mainstream media e quella dei blogger?

La risposta che ho trovato nella mia esperienza é no, Twitter non é uno strumento che i suoi utilizzatori siano stati in grado di sfruttare per le sue potenzialità ed é stato trasformato, al contrario, in un grande canale IRC per simpatici intermezzi da coffee break virtuali.

I cinguettii di twitter hanno interrotto migliaia di volte ogni genere di attività imperversasse sul mio desktop, ma raramente hanno fornito un vero valore alla comunicazione fra gli individui che vi partecipano.

Se avete bisogno di me, sapete dove trovarmi, ma non su twitter.

Inquinando blog e social media

Martedì, 12 Febbraio 2008

LinguaVi dirò: tutto sommato provo una certa soddisfazione nel non far parte di quella ristretta cerchia di blogger frequentemente invitati ad eventi o destinatari di omaggi e preziosi. Volente o nolente mi sentirei in qualche modo “comprato”.

Perché é piuttosto ovvio che se un evento viene organizzato da una grande azienda che pianifica il dialogo con i blogger all’interno di una strategia di marketing precisa e, magari, li omaggia di qualche gadget, ciò che spera é di ricevere una bella marchetta.

Giuro, non mi riferisco nello specifico al polverone di questi giorni su Microsoft.

Non pensate che io non sia mai contento: (“se un’azienda non sfrutta blog e social media per dialogare con il pubblico non é degna di essere presa in considerazione, ma se lo fa, allora cerca di corrempere i blogger”) semplicemente non amo che sistemi governati da meccanismi puri e spontanei vengano inquinati da iniziative di marketing pilotate e tutt’altro che genuine.

Le aziende devono assolutamente prender parte al dialogo con gli utenti dei social media, ma con la consapevolezza che i meccanismi che dirigono tali canali di comunicazione e che sanciscono il successo dell’iniziativa richiedono spontaneità, indipendenza, autonomia e genuinità di autori (blogger), opinioni e relazioni.

Non ho dubbi che finché i blogger si sentiranno una circoscritta elite (al punto da insultare altre persone “dall’alto della loro posizione” - e, signori miei, abbassiamo la cresta perché sembriamo dei critini!) le forzature dei suddetti meccanismi riusciranno senza fatica (benché le discussioni pilotate saranno sempre eccessivamente aspre o critiche).

Ma non appena, come accade a me, ognuno di voi si sentirà quasi a disagio quando verrà definito blogger (manco fosse una bestia rara o un’illuminato!) anche le aziende saranno obbligate a mettersi davvero in gioco, adattandosi alla blogosfera, piuttosto che tentando di plasmare la blogosfera a proprio piacimento.

Concludo rispondendo a coloro che mi hanno chiesto privatamente perché - predicando io così bene - la mia azienda non abbia un corporate blog: la risposta é che, per decisione del sottoscritto, un blog verrà aperto solo quando tutte le figure chiave dell’azienda vi potranno/vorranno partecipare, comprendendo a fondo i fondamenti della comunicazione non mediata con clienti e pubblico.